Il carbonio nelle Alpi e i cambiamenti climatici

Il carbonio nelle Alpi e i cambiamenti climatici

Citiamo l’articolo di Montagna Tv sulla conservazione del carbonio mantellico e sulla ricostruzione che questi dati possono fornirci per l’analisi climatica ed ambientale.
Un pò come è avvenuto per i carotaggi antartici, è stata analizzata un’ ampia porzione di mantello superficiale, ovvero la fascia di subduzione crostale nella quale avviene il maggior accumulo di carbonio.

L’immagine riporta una schema esemplificativo litosferico.

Uno studio innovativo nato dalla collaborazione tra diverse università italiane ed enti stranieri spiega per la prima volta nel dettaglio la correlazione tra la cattura del carbonio nel mantello terrestre superiore e i cambiamenti climatici. Il team che ha collaborato per realizzare la ricerca è composto da Marco Giovanni Malusà e Maria Luce Frezzotti (Università di Milano-Bicocca), Simona Ferrando (Università degli Studi di Torino), Enrico Brandmayr (Università della North Carolina), Fabio Romanelli (Università di Trieste) e Giuliano Francesco Panza (Accademia Nazionale dei Lincei, ISSO, Istituto di Geofisica e Amministrazione cinese per i terremoti).

Il principio che sta alla base dello studio, è che durante il movimento di subduzione, ovvero lo scorrimento delle placche terrestri con sovrapposizione, il mantello cattura grosse quantità di carbonio. Durante le attività vulcaniche tuttavia, elevate quantità di carbonio vengono rilasciate nell’atmosfera. Il mantenimento di una quantità costante di carbonio nell’atmosfera è importante per il clima e l’abitabilità della biosfera terrestre.

Pur conoscendo le modalità di cattura e rilascio di CO2 tra la Terra e l’atmosfera, non esistevano fino a oggi prove concrete della conservazione del carbonio su larga scala nel mantello. Per fare chiarezza su questo fenomeno, il team internazionale ha studiato un’anomalia nel mantello sulla placca europea sotto le Alpi in subduzione, a circa 180 km di profondità.

Le reazioni osservate in profondità suggeriscono una reale conservazione del carbonio nel mantello senza un rilascio immediato. Ricostruendo i movimenti delle placche terrestri, si possono datare le grosse emissioni di CO2 nelle ere passate, collegandole ai cambiamenti climatici che hanno determinato la fine di molte specie animali nel corso dei millenni. Per gli scenari futuri invece, le normali emissioni dal mantello terrestre non sono paragonabili a quelle prodotte dall’inquinamento umano. La combinazione dei due fattori però, alla luce della nuova prevedibilità di questi fenomeni naturali, può portare all’abilità di prevedere radicali e repentini cambiamenti climatici.

La conservazione del CO2 nel mantello può inoltre portare alla generazione di grosse riserve eterogenee accumulatesi durante i secoli, con rilasci più consistenti nell’atmosfera in caso di grossi movimenti tettonici. Emissioni più consistenti possono contribuire in misura maggiore alla concentrazione nell’atmosfera di gas nocivi per lo strato di ozono, incrementando i già devastanti effetti dell’inquinamento atmosferico umano che compromettono l’abitabilità del nostro pianeta.